RACCONTO DI UNA GIORNATA PARTICOLARE ROMA Ottobre 1995 - Santa Maria della Pietà

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18/08/2019 18:18:27
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RACCONTO DI UNA GIORNATA PARTICOLARE ROMA Ottobre 1995 - Santa Maria della Pietà

Biografia

Nome: Gianfranco Baieri

Nascita: 9 Novembre 1939

Morte: 7 Giugno 1999

Luogo di sepoltura: Roma - Cimitero Flaminio

Da poco tempo era entrato l'autunno e già le foglie cominciavano ad assumere il colore dell’oro e del bronzo regalando agli alberi una chioma affascinante tendente al rossastro e all’arancione così da ammirarle e perdersi tra quelle sfumature.

Sovente mi recavo a Roma città che considero tra le più belle del mondo non solo per la bellezza, ma anche per le mille contraddizioni e per le mille sorprese che mi hanno sempre permesso d'avere accesso agli angoli ricchi di storia, cultura, arte. Roma, e i sentimenti affettivi che mi hanno legata e che mi legano ancora a lei.

Frequentavo Monte Mario, e spesso mi era accaduto di passare davanti al Santa Maria della Pietà ma ciò nonostante non si era mai presentata la circostanza per entrarci. In quell'ottobre del '95, dovevo accompagnare una persona ad un convegno di psichiatria che si teneva appunto a Roma, cercavo di non mancare mai a questi appuntamenti. Chiamai un amico che lavorava come psichiatra in un SPDC romano per annunciargli del nostro arrivo.

Era sempre appagante poter scambiare in ambito psichiatrico opinioni e confrontarsi con realtà diverse. Era per la psichiatria nazionale un periodo di lotta e di svolta e già ero impegnata a Cagliari, politicamente e socialmente, per la chiusura dell'OP (avvenuta a marzo di tre anni dopo). I manicomi stavano per diventare solo ex. Considerate come due semplici lettere dell'alfabero possano modificare profondamente una realtà!

Sapevo già prima della partenza che questa volta sarebbe stato un "esserci" diverso poichè mi era stato anticipato che..."questa volta ti farò visitare il Santa Maria della Pietà, ho già parlato con un collega"...

Era un'esperienza conoscitiva ed emotiva talmente intensa che quel mio stato d'animo mi dava l'impressione che mi si spaccasse il petto per la commozione. Non sapevo però ancora che quella giornata avrebbe dato ancora un nuovo senso alla mia vita.

Il Santa Maria della Pietà denominato ufficialmente Manicomio Provinciale di Santa Maria della Pietà, iniziò a funzionare il 28 luglio 1913 e trovava ubicazione in Piazza Santa Maria della Pietà, in zona Monte Mario. L’impiego della struttura come manicomio è cessata definitivamente il 14 gennaio 2000. Alla fine del 1978, anno di promulgazione della Legge 180 erano ancora presenti circa 1000 ricoverati. Nel 1981 i ricoverati scesero a poco meno di 900 e dal 1982 al 1990 la popolazione si ridusse di 456 unità delle quali 306 i decessi e 150 le dimissioni. Tra il 1991 al 1995 avvenne una netta riduzione della popolazione ricoverata che passò da 433 a 206 unità con 117 dimissioni. Restava un residuo manicomiale.

E' appunto nel 1995 che avviene l’ultima fase di superamento dell’Ospedale Psichiatrico che avrebbe visto la progressiva dimissione di tutti i pazienti e la definitiva chiusura dell’istituzione appunto nel 2000. “Chiudere il manicomio di Roma, anche se con imperdonabile ritardo, fu la conferma che quelle persone che avevano condotto un’esistenza mortificata, potevano tornare a vivere nella città di tutti”.

Avevo già vissuto perplessità su questa affermazione, l'avevo vissuta con alcuni dei "miei matti". Espliciterò poi il concetto.

Arrivò finalmente l'atteso giorno. Entrammo in un immenso parco e anche se gli alberi assumevano il colore dell’oro o del bronzo era una mite giornata soleggiante. Per entrare in un manicomio bisognava sempre varcare...quell'immenso smisurato cancello!... Era davvero immenso e dava l'accesso al Santa Maria della Pietà. I manicomi si differenziavano l'uno dall'altro per la loro pur simile archittetura ma qualcuno superficialmente affermava che “i manicomi sono tutti uguali, basta vederne uno”. Niente di più inesatto. Ho visto in ciascuno di esso un proprio carico di dolore e di sofferenza. Le persone che vi sono state rinchiuse hanno avuto storie e motivazioni personali diversissime, perchè anche se simili sono state uniche e irripetibili. Questo ho visto nei manicomi popolati.

          

          

Riuscii a visitare buona parte di esso. Ho conosciuto parte di quel residuo, di quelle persone. Era un manicomio veramente grande. Nel nostro percorso, arrivammo poi in una zona “museo”, zona nella quale vennero ricostruiti gli ambienti tipici manicomiali: la stanza del medico, il refettorio, la stanza di contenzione, la fagotteria, pacchi di corrispondenza, cameroni degenti, utensili...sino ad arrivare in uno spazio, credo fosse il Padiglione VIII, in cui negli anni '80, venne creata la Comunità “Peter Pan”, dove i pazienti si dedicavano ad attività artistiche di pittura e disegno. Un grande spazio ricoperto di opere d'arte. I miei occhi piroettavano velocemente quasi a volere incamerare tutta quell'arte. Era l'emozione a quell'osservazione minuziosa.

Mi spiegarono l'evoluzione che quel luogo ebbe, mi fecero dei nomi, pazienti geniali, inventori di mondi, come Gianfranco Baieri pittore del tempo e di orologi, Panzina, Oreste Fernando Nannetti, graffitaro antelitteram e autore di un epistolario vivido e immaginifico ai parenti che lo dimenticarono lì per sempre, Tropiano, c’era stato anche il paziente Giovanni Fenu, un vero talento della pittura, tra l'altro mio conterraneo.

La vera emozione sarebbe arrivata di li a poco. Col naso all'insù ammiravo quelle opere d'arte e non mi resi conto di una presenza se non quando il mio amico mi richiamò alla realtà.

Mi voltai e vidi due occhi trasparenti e limpidi in uno sguardo presente, occhi tranquillizzanti che generavano affetto. Lo sguardo come strumento di comunicazione. Il mio amico Paolo disse ...”ti presento Gianfranco Baieri” mi avvicinai tendendo la mano...sentii...”ciao Adri” e invece di stringere la mia mano mi abbracciò. Rimasi doppiamente piacevolmente sorpresa, per l'abbraccio che è sempre stato il mio modo preferito di sentire le persone e il ciao Adri, che è il modo di chiamarmi degli amici. Mi svelò poi che l'Adri era stato il modo in cui mi chiamò il mio amico Paolo.

Ora, io non credo totalmente nel destino ma penso più che ogniuno di noi determini fortemente quanto ci accade, penso che nella vita tutto ciò che ci succede abbia un senso e che tutti gli incontri che facciamo ci cambino in qualche modo. Personalmente, sono stata molto fortunata che la vita abbia posto queste persone ed altre persone sulla mia strada o io nella loro. Il resto non è fortuna ma il nostro esserci rimasti reciprocamente.

Quell'abbraccio spontaneo e quel corpo accogliente fu una dimostrazione d'affetto che cambiò quella mia giornata, creò uno spazio minimo tra noi caldo e naturale. Un transito piacevole di emozioni, quelle emozioni che provavo quando abbracciavo i “miei matti”, femmine o maschi.

Racconterò sommariamente di quella giornata. Racconterò sommariamente quel che mi disse della sua esistenza, me la raccontò come fossimo vecchi amici che si rivedevano dopo tanto tempo. Gianfranco ad un anno di vita venne affidato dalla madre al collegio del Bambin Gesù di Roma e il 16 gennaio 1946, all’età di soli sette anni, venne portato al reparto per bambini dell’ospedale Psichiatrico S. Maria della Pietà, che lui amava chiamare Comprensorio e da allora non è più uscito. Per Gianfranco il muro del manicomio era diventato il confine del mondo.

La sua è stata una storia di vergogna e di pregiudizio sociale, in quanto sua madre lo aveva partorito al di fuori del matrimonio. Un "figlio della colpa" che non poteva tenere con sé, ma che neppure voleva abbandonare e quindi scelse di nasconderlo e di vincolarlo al segreto, segreto al quale Gianfranco è stato fedele. Per tutto quel tempo, quasi cinquanta anni lui si è "autosegregato." La segregazione non era nuova all'istituzione manicomiale, era una funzione storica che gli era propria e lui voleva che nessuno lo vedesse. Vita di pura sofferenza in una mente priva di vera diagnosi psichiatrica.

Parlammo a lungo della sua paura della chiusura del Santa Maria della Pietà, la rifiutava con tutto se stesso perché per lui il Santa Maria della Pietà era la sua casa. La possibilità che diventasse reale di andare a vivere in una residenza esterna, gli generava malessere.

Non posso e non voglio dilungarmi oltre nel racconto, sarebbero solo una trasmissione di parole, il racconto di una memoria. Ciò che non posso trasmettervi sono le emozioni. Sue e le mie. Emozioni che determinarono stati affettivi vissuti in tutti quei momenti che variavano solo per l'intensità. Sono sempre esperienze soggettive che generano sentimenti forti che sopravvivono al tempo. Quelle non si possono trasmettere e sono la parte fodamentale di quella indimenticabile giornata.

Fu lui a farci da Cicerone in quello spazio che in fondo era il suo spazio, lo spazio della creatività defraudata dalla vita.

Mi raccontò d'aver scoperto la vena creativa negli anni ottanta con il suo passaggio al Padiglione VIII del Santa Maria della Pietà, dove, grazie ad una maggior apertura, insieme con altri ricoverati e operatori riuscì a dar vita al laboratorio di pittura.

Opere meravigliose, direi opere d'arte e sapevo per esperienza personale che dare la possibilità di esternare la propria creatività era una forma di “cura a costo zero”. Di fatto la creatività ha sempre avuto una valenza terapeutica, perchè il dare forma alle proprie idee, alle proprie esperienze, alle proprie ossessioni, ai propri fantasmi, hanno spesso sostituito potenti farmaci.

 

 

Ricordo ancora la senzazione olfattiva perchè era uno spazio che odorava di colore. Tele appese alle pareti. Opere di artisti veamente bravi e basta. Fenu detto il maestro, Baieri detto il presidente, guru del gruppo ecc.

Mi spiegò con pazienza la sua tecnica puntinistica dei suoi lavori. La sua tecnica si esprimeva principalmente attraverso le "puntigliate di colore". Ogni quadro era una storia, e ogni quadro gli dava la possibilità di inventare più racconti fantastici. Oltre alle "puntigliate" Gianfranco dipingeva anche il "quadrettato", in questo caso ogni tela proponeva tanti piccoli riquadri, ognuno dei quali era un'opera a se stante. Ricordo che illustrava i suoi quadri facendomi entrare in essi.

  Le figure simboliche ricorrenti nelle sue opere erano la madre - madonna, i bambini, l'orologio "fermatempo", la nave, simbolo di viaggio. Lo scenario che si poteva leggere era quello della gioia.                            

 

                

In uno dei suoi quadri, il quadrante di un grande "orologio fermatempo" ospitava l'immagine, ora rossa, ora scura, di un bambino. Fuori dall'orologio, in primo piano, una donna e poi altre donne sullo sfondo, altri umani. Il bambino è recluso in un tempo bloccato. Non un'assenza di tempo, ma il tempo segnato da un orologio che non scandisce il ritmo della vita bensì i rintocchi della sua agonia.

Creatività e disagio psichico forma estremamente dinamica. Creatività come trasformazione di un'inquietudine individuale in un’opera capace di parlare al mondo.

Solo poche settimane prima della scomparsa, alcuni suoi quadri vennero esposti a Roma, in uno spazio lontano dai circuiti psichiatrici. La mostra, dal titolo "Classificati scarti", voleva festeggiare la sua pittura, insieme a quella di Nicola Fanizzi, anch'egli ex internato, nel momento della fine della sua reclusione manicomiale.

Ricordo, e questo con tristezza, quando mi disse che l'anno successivo avrebbe festeggiato cinquant'anni di manicomio. Capii che aveva svalorizzato il tempo sociale, decidendo di vivere da recluso. Quel tempo che per lui non è stato forse soltanto un tic-tac fittizio, ma in questo tempo fermato ciò che si è mosso instancabilmente è stata la mano che ha dato forma e colore al suo mondo vitale, un mondo rigoglioso di immagini che ha offerto, come dono, “solo alle persone con cui entro in simpatia”. Questa affermazione generò in me un grande sorriso.

Arrivò anche la fine di quella magica giornata. Ricordo la difficoltà di trovare il modo di salutarci, perchè cercavamo di rimandarlo sempre oltre. Non volevamo finisse. Fu lu che mi disse: “...è stata davvero una bella giornata, sono proprio felice d'averti conosciuta...sai, le cose belle accadono quando meno te le aspetti. Tu sei una cosa bella. Ti ringrazio per aver deciso di venire a conoscermi”. Lo disse con una tale tenerezza che, se riesco a fissare il pensiero, ancora la sento. Se fossi stata una ginnasta, avrei sicuramente fatto un doppio salto mortale, invece ho volato come una libellula, un movimento in sincronia assoluta, un volo perfetto. Ho volato all'indietro e le mie quattro ali si muovevano in assoluta autonomia solcando i cieli, era la gioia che aveva trovato spazio in me per quelle parole. Era gioia pura. In realtà la mia doveva essere solo una visita al manicomio. Non sapevo della sua presenza. Ma noi dovevamo incontrarci, forse ci siamo cercati o forse no, ma sicuramente ci siamo trovati. Un abbraccio lungo e intenso stava ad esprimere che il nostro incontro era stato significativo e che il tempo non l'avrebbe fatto morire o meglio, sarebbe andato oltre la morte.

Capita, che nel cuore della notte, ti si spezzi il filo del sonno e cerchi di riannodarlo frugando fra le notizie che il telefonino sputa instancabilmente, a ogni ora. Col rischio di imbatterti in quella che non vorresti mai leggere e ti lascia con gli occhi sbarrati fino all’alba: il mio amico Paolo mi scriveva...”ciao Adri, Gianfranco non c'è più. Se ne è andato oggi al San Filippo Neri”. Una nube grigia avvolse la mia mente, un dolore grande prese possesso di me. Mi alzai e avvolta di me stessa, andai a ricercare le foto di quell'indimenticabile giorno trascorso assieme. Ho ripercorso i momenti, ho riascoltato la sua voce, le parole, quelle parole piene di senso di vita. Poi aprii la finestra, un cielo stellato notturno offriva uno spettacolo indimenticabile. Lo cercai in una di esse e pensai: ...“ora Gianfranco insegna agli Angeli come si usa il pennello”... Di sicuro mi avrà inviato un sorriso! Porterò sempre con me il tuo Orologio Fermatempo. Avrei voluto fermare io quel tempo perchè ci eravamo promessi di rivederci. Starai in quella parte del mio cuore dove risiedono le persone importanti. Riposa in pace amico caro.

Forse, sentendosi nuovamente abbandonato e con la prospettiva di andare a vivere in una casa famiglia lontana dal “comprensorio” nel quale identificava la propria vita, Gianfranco aveva preferito non farcela. E' morto il 7 giugno del 1999 nell'ospedale S. Filippo Neri dalle cui finestre poteva vedere il “suo” Santa Maria della Pietà, a pochi giorni dalla definitiva chiusura di quel manicomio.

All'inizio del mio articolo ho detto che avrei esplicitato la perplessità sull'affermazione “Chiudere il manicomio di Roma, anche se con imperdonabile ritardo, fu la conferma che quelle persone che avevano condotto un’esistenza mortificata, potevano tornare a vivere nella città di tutti”.

Anche tra i “miei matti” come in Gianfranco, vidi sgomento e spavento quando si parlò della chiusura imminente dei manicomi. Cercai di capirne il perchè. Dai loro discorsi emergeva la forte esultanza per la fine di quella segregazione ma emergeva anche la forte preoccupazione per non avere un luogo come il manicomio che sino ad allora li aveva contenuti. Contenimento come garanzia di non abbandono.

Oggi il Santa Maria della Pietà accoglie un immenso parco e il Museo Laboratorio della Mente inaugurato nel 2000 che ripercorre la storia dell’Ospedale Santa Maria dalla sua fondazione in qualità di "Hospitale de’ poveri forestieri et pazzi dell’Alma Città di Roma" alla definitiva chiusura nel 1999, cinque secoli dopo, come ospedale psichiatrico.

Nel 1993 venne realizzato “Percorsi”. Da Percorsi nasce lo slogan “Entrare fuori-Uscire dentro” tratto dalla frase che alludeva alla difficoltà di reinserirsi “dentro la società”, provenendo da un “fuori” in cui era entrato parecchi anni prima. Lì c'era Gianfranco e tanti altri.

Come scrisse Jorge Luis Borges: "Non incontriamo nessuno per caso perché, ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Lascia sempre un po’ di sé e si porta via un po’ di noi. Ci sarà chi si è portato via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla. Questa è la prova evidente che due anime non si incontrano per caso”.

Lui ha contribuito a dare ancora ancora un senso alla mia vita. Grazie. Ti arrivi il mio bacio, ovunque tu sia. Io sempre Adri.

(Una coincidenza particolare: Gianfrano è nato lo stesso giorno e mese del mio amico psicanalista, l'amico più importante e fondamentale della mia vita ma nato nel 1931!)

 

 

20/08/2019 00:18:16
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R: RACCONTO DI UNA GIORNATA PARTICOLARE ROMA Ottobre 1995 - Santa Maria della Pietà

Adri, ho letto con interesse l'articolo cosi come pure gli altri e non voglio cadere nella banalità dei commenti. Voglio piuttosto ricordarti quando con estremo interesse ho potuto ascoltarti in convegni o gruppi di lavoro. Partecipavo anche se nulla avevo a che fare con la psichiatria, era solo interesse personale ma le parole catturavano l'ascolto e il coinvolgimento. Impegno ed entusiasmo era l'essenza della parola riabilitazione e lì capii quanto quei matti per te fossero "persone". Ecco perchè mi appaiono molto naturali gli accadimenti che racconti. Quasi una conseguenza logica del tuo essere e non potrebbe essere diverso. Grazie per il dono che ogni volta ci fai. Credo anch'io nella tua fortuna, ma anche nella loro.

20/08/2019 10:01:25
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TAGLIAFERRI RODOLFO

R: RACCONTO DI UNA GIORNATA PARTICOLARE ROMA Ottobre 1995 - Santa Maria della Pietà

Ci sono stato nel dicembre del 2011, una gita organizzata da un gruppo di Volterra lo stesso che in seguito è andato a formare l'Associazione Inclusione Graffio e Parola Onlus di Volterra , con la partecipazione di EU. Debbo dire che fu MOLTO interessante il percorso all'interno del "MUSEO DELLA MENTE" con l'allestimenti "scenisci" prodotti da Studio Azzurro, ma la parte che più mi interessava sarebbe venuta nel pomeriggio. Visto che la visita si svolse nella mattinata tutti i partecipanti, preferirono andare a "zonzo" per la città di Roma viceversa il sottoscritto con Angelo Borrini,  rimase all'interno dell'Ex Manicomio e lo "girammo" tutto, con grande soddisfazione.

..e per terminare questo mio breve intervento..."Un ricordo, un'emozione"(?).

Per Adriana

20/08/2019 13:50:13
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R: RACCONTO DI UNA GIORNATA PARTICOLARE ROMA Ottobre 1995 - Santa Maria della Pietà

Mentre osservo le tue sorprendenti foto, una domanda mi è sorta spontanea: nel riversarle nel pc e nella loro rielaborazione, sicuramente ci riversi anche i tuoi stati d'animo che per me sono differenti dalle emozioni vissute nel momento della visita o dello scatto che sono valse solo per quel momento. Emozioni e sentimenti, che spesso si utilizzano come sinonimi ma che a mio parere richiamano appunto aspetti diversi delle tonalità affettive con cui ci approcciamo alle cose.

Lo stato d'animo lo esprimi in quel nuovo contesto quale sentimento che in quel momento provi per quel luogo. Ma parte della risposta sta all'interno del tuo intervento.

Credo che queste esperienze, quelle delle visite ai manicomi, siano importanti conoscenze che portano a delle consapevolezze significative. Ogni qualvolta visito un manicomio, lo vivo volutamente rivedendo dentro tutte le persone che ho "vissuto" e incontrato, perchè mai io abbia a pensarli come luoghi "interessanti". Voglio sempre vederlo come luogo di segregazione e sofferenza. La ricostruzione serve per le visite che si organizzano. E sono importanti, per chi non li ha vissuti, per non dimenticare.

Anch'io tempo dopo ho visitato il Museo della Mente. Ho rivissuto il Santa Maria della Pietà con grossa malinconia, come un vuoto affettivo molto grande. Come sempre foto meravigliose, mi hanno fatto rivivere quella dimensione.

Grazie a te Rodolfo, grazie a SusiL.