QUANDO UN RIFIUTO DIVENTA UNO STATO DI GRAZIA _Villa Clara

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16/11/2019 09:54:35
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QUANDO UN RIFIUTO DIVENTA UNO STATO DI GRAZIA _Villa Clara

 

Avevo vent’anni, appena diplomata e iscritta in Lingue e letteratura straniera, col mio lungo impermeabile nero e i capelli colorati, che ne potevo sapere di patologie mentali, di maniaci, di alcolizzati, di omosessuali, di infanti ripudiati, perché imperfetti, odiati e non voluti? Niente.

Mi interessava solo l’autonomia economica, e lavorare occasionalmente come modella e hostess, non mi consentiva appieno di poter andare in palestra e in discoteca, e sognare mondi dorati e lontani da me, fatti di bellezza estetica e status simbol.

Entrare dall’attraente cancello in ferro battuto della Villa, e raggiungere la sede del mio lavoro, fu difficilissimo; ricordo i miei cauti e diffidenti passi tra i vialetti, collegati tra loro, gli alti muri di cinta, rosso terra cotta; come i marines in trincea, guardavo nervosamente il cemento grigio a terra, e le pesanti porte e finestre; riuscivo a vedere vagamente la vernice smaltata degli interni dei fabbricati, e la trovavo lucidamente aggressiva.

Arrivavo dal mondo normale, io; e loro, i matti, mi venivano incontro, mi scrutavano, mi inseguivano come degli zombie, come degli animali che per la prima volta ti annusano.

Quella mia prima volta, più avanzavo, più cresceva la paura di perdere la mia normalità. Non dovevo dirlo a troppa gente dove e per chi lavoravo. Questo fu il patto stretto con me stessa.

I malati, i miei allievi del corso di ceramica teorica, costituivano un gruppo molto eterogeneo tra loro: alcuni, meno bestiali di altri, li definivo “quasi umanamente sani”, in particolare qualche donna, più curata e adornata da dettagli bamboleschi. Ma altri, erano inavvicinabili e inguardabili; temevo il loro riscontro, le loro domande, il loro tipico odore d’umanità, misto a fumo di mozziconi, anche usati e raccolti da terra; ributtavo la puzza di sudore acre che rilasciavano i loro abiti fuori misura, troppo larghi, troppo lunghi, troppo fuori moda, del tipico grigio da lagher.

I “confusi” vagavano, in uno stato di perenne dolore sordo e di alienazione.

Ma molto altro accadeva dentro quella “crisalide urbana”: dal corpo centrale dei lunghi corridoi verticali di graniglia lucida, si estendevano ai lati, come ali di farfalla, i grandi cameroni, in cui ognuno di essi sperimentava il proprio volo liberatorio, ogni volta ripetuto e rivissuto, e ogni volta lo stesso; ricordo i letti di contenzione, da cui uscivano come vermi inermi o su cui restavano a contare i numeri della loro esistenza senza memoria, col capo in avanti e lo sguardo vitreo, come lo sferrante picchiare dell’uccello sulla corteccia da bucare, per poi prendere le larve di cui si ciba; ricordo le corde di costrizione e l’odore acre di urina e varechina, caustico e penetrante, e la mia crescente ripugnanza per tutto ciò, accompagnata dai tanti miei perché senza risposta.

Ripetevo ogni volta CHE SCHIFO - HO PAURA - VIA DA QUI.

Ogni giorno io, una improbabile e ipocrita commediante, col mio lungo impermeabile nero, venivo pagata per entrare in questo reality di dolore, mentre loro, i matti, dal capo rasato e gli abiti miseri e sporchi, maleodoranti, erano i veri indiscussi protagonisti. Alcuni vivevano con un camicione senza le mutande, perché di quel pezzo di tessuto non sapevano cosa farsene, a cosa serviva. Si facevano scivolare tutto addosso, escrementi, urina, percosse, la disumana sopportazione, la fredda indifferenza, l’acqua gelida spruzzata addosso di getto, come frustate.

Le nostre regole urlavano più della loro libertà di voler essere sporchi, nudi, con la loro nudità, con il loro canto inascoltato, con i disegni fatti sui muri con le dita sporche delle loro feci.

Loro, gli irregolari, si accucciavano a fare pipì e si masturbavano con la stessa spontanea libertà con cui ti salutavano in mezzo al viale.

La loro compagna affettuosa amica? L’incessante ricerca di una sigaretta e la richiesta continua in loop come un disco rotto “che ora è?” …. Tutti disperati strumenti tesi verso un contatto, un abbraccio, una preghiera di aiuto, un’offerta di esistenza.

Provavo schifo per questi sventurati. Avvertivo ribrezzo per questi disgraziati. Nutrivo orrore per questi rifiuti ripudiati, sentivo paura per la loro sfortuna, le loro umiliazioni, il loro isolamento. E ogni volta fuggivo vigliaccamente dai loro sguardi, con una perforante nuova consapevolezza.

Io, docente di attività espressive, dovevo insegnare loro come “non si deve sentire” la disperazione attraverso la pittura impressionista o la teoria della ceramica. Ma quel dolore che presuntuosamente dovevo offuscare, iniziavo a vederlo nei loro sguardi; e nulla potevo, contro la loro malasorte, la loro degradazione, la loro prigionia.

Il loro unico peccato era essere aborti viventi, senza un crimine commesso, ma scartati dalla società perché considerati spazzatura. Esseri sbagliati, perché diventati diversi per destino. E per me, scorie radioattive.

Tuttavia, nel tempo attivo e fruttuoso dell’affiancamento e dell’addestramento in aula, alcuni si rivelarono abili esecutori, altri capaci uditori, altri ancora quieti e presenti, solo con lo sguardo attento e il sorriso trattenuto. E più continuavo a captare dentro me un senso forte di angoscia e auto conservazione, maggiore era il mio bisogno di protezione della mia identità e del “mio essere migliore”.

Le Dame di Carità, vestite di fierezza e finta bontà come delle Madonne nere, entravano nei padiglioni solo una volta ogni tanto, per ritrovare i loro parenti confinati e ormai lì segregati, alcuni non necessariamente malati, ma solo scomodi eredi. I miei recettori percepivano la loro figura e la loro mascherata generosità come una nota stridente che in me scatenava una inarrestabile voglia di giustizia; di ricomposizione di un giusto equilibrio dell’Ordine delle Cose.

Ogni giorno, ogni volta che partivo da casa per svolgere il mio incarico, che fosse mattina o pomeriggio per me non faceva alcuna differenza: non appena varcavo il grande cancello, dal viale principale ai corridoi interni, per me era sempre buio, perché iniziava l’incubo della mia notte, contagiata dalla depressione di questi inconsapevoli erranti.

Tra i miei allievi preferiti, c’era Maria Grazia, una donna minuta che si ornava di ogni accessorio, dal più piccolo cosmetico al più evidente travestimento, per donare al suo pubblico l’immagine della femmina curata col portamento da Regina; c’era Elisabetta, una donna tozza e morbida come un bignè, timida e amorevolissima, con peli e baffi lunghi e neri, non profumava di pulito, ma di sporco e candeggina; non parlava, era buona, i suoi occhi chiedevano solo Amore; c’era Francesco, un uomo alto e magro, acuto e ricettivo nello sguardo, i suoi rari sorrisi svelavano denti corrosi dalla nicotina e una grande apertura al contatto; un giorno rincorse me e la mia collega Adriana attorno al tavolo del laboratorio, con i pantaloni abbassati, in preda a un raptus sessuale; lo portarono via con la forza, e con lui, anche la sua fame e il suo desiderio di carezze.

Lentamente, i mesi di apprendimento, divenivano più miei, che loro.

Giocare con l’arte aveva lo stesso valore che divertirsi con le bambole, o baloccarsi con le biglie di vetro. Ad uno ad uno, si incuriosivano, si fidavano, si facevano portare via la mano, si consegnavano a me, intrigati dai colori, attendevano ogni mio nuovo approdo.

Ebbene, lentamente, lo spazio bianco del foglio non rappresentava più un blocco, ma l’immensità della loro mente. Meravigliosamente, come fiori di loto rinascenti dal fango, si sentivano ormai raccolti, non più buttati, e rispettati, non più disprezzati, e riciclati, non più scarti. La loro voce non era più soffocata, ma liberata.

Dal puntinismo al collage, dalla ceramica al pastello ad olio, dalla loro mente al loro cuore, dalle loro dita puzzolenti di fumo, macchiate dal tabacco, usurate dagli stenti e dal tempo, prendevano forma i loro sogni, le loro visioni, i loro ricordi, i loro deliri.

Il mio buio, finalmente, aveva trovato la stretta necessaria con la loro assenza di luce, per un affidamento ricambiato.

Era fondamentale un passo lento per questo prodigio.

Era indispensabile la buona volontà per questo miracolo.

Era essenziale l’Amore per questo risultato insperato.

Bastava annusarsi come fanno gli animali tra loro, e non gli uomini, per scoprire che anche nella pazzia esiste un potere di risonanza, un interesse corrisposto, senza alterazioni con la realtà dettata dall’umana condizione.

Se arte significa cercare il bello da contemplare, respingendo il brutto come senso del male, allora arte non è più vita, non è più libertà di essere, ma è solo condanna a morte.

Loro, i folli del caos, resteranno per me i sognatori senza tempo.

Sapevano molto, più di me e della mia mente limitata dalle mie paure.

Loro, gli ammutinati della notte, hanno rovesciato la mia normalità, portandomi via dal mio isolamento dentro la norma. La loro voce soffocata mi ha spinto a ricercare, sempre e solo me; a confrontarmi con il diverso, ad andare verso una consapevolezza nuova, di condivisione e di inclusione.

Mi hanno insegnato che il mondo vero è il loro; e che se trovi la chiave giusta, ti è permesso di aprire la porta proibita dalle tue paure; ti è permesso di guardare la verità, di sperare in una luce nuova, oltre la tua ignoranza e il buio della tua notte; ti è permesso di sentire la violenza su loro perpetrata come la stessa di cui tu puoi essere vittima.

Oggi chi non sa più rispondere ai bisogni di qualcuno, viene eliminato o ucciso.

Questi “esseri sbagliati” mi hanno accolto nel loro abbraccio; i loro deliri e le loro urla hanno incluso anche la mia sofferenza; le nostre mani si sono sporcate degli stessi colori, creando un mondo nuovo, fatto di accettazione senza inibizioni, senza più nascondersi con vergogna, ma restituiti alla dignità dell’Amore per la loro vita terrena e spirituale, e per la loro libertà e il loro diritto alla Vita. Salvando me, per sempre, dalla normalità.

Cris

16/11/2019 11:51:06
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TAGLIAFERRI RODOLFO

R: QUANDO UN RIFIUTO DIVENTA UNO STATO DI GRAZIA _Villa Clara

Ciao Cris, BELLISSIMO racconto di "VITA VISSUTA". Quando ero più giovane, riuscivo meglio a "nascondere" le mie emozioni, riuscivo ad alzare un "muro", una "corazza" dalla quale nulla doveva trasparire...con l'età e la consapevolezza che EMOZIONARSI è comumque "BELLO", devo dire che non sono rimasto insensibile a questo Tuo volerci far partecipe.

Non sò quanti dei nostri visitatori leggeranno il tuo racconto, ma posso garantirti che chi lo farà, si alzera dalla seggiola del computer molto  più "arricchito" di quando si era seduto.

Ho conosciuto diversi infermieri che hanno vissuto nei vari reparti psichiatrici a diretto contatto con i "Matti" e tutti, dico tutti , hanno parlato del loro vissuto con amorevole nostalgia...e poi c'è una frase, bellissima,  che soleva dire ALDO TRAFELI..."Dopo tanti anni non saprei ancora chi è il matto. Mi guardo intorno e penso sempre che bisogna vedere da che parte si chiude il cancello".

Buona giornata Cris.

16/11/2019 13:52:49
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R: QUANDO UN RIFIUTO DIVENTA UNO STATO DI GRAZIA _Villa Clara

Cri, intanto benvenuta nel sito Esplorazioniurbane. Grazie d’aver raccolto l’invito a condividere con un pubblico ampio l’esperienza che, se pur per un breve periodo, abbiamo condiviso dentro Villa Clara. Grazie ancora per avermi e averci dato la possibilità di conoscere quello che allora hai sperimentato e che hai conservato nella tua memoria e nella tua coscienza: il tuo vissuto emozionale. Ho rivissuto in un batter d’occhio ogni attimo della narrazione. E mi sono ri e ri-emozionata. Ero io quell’Adriana che correva con te attorno a quel tavolo! Io sono solita parlare di quel lungo periodo manicomiale e spesso racconto delle mie emozioni e del mio rapporto con quelli che definisco “i miei matti”, pur tuttavia non avevamo mai condiviso il tuo vissuto con quelli che hai chiamato “esseri sbagliati”. Siamo comunque arrivate entrambe alla stessa conclusione: quanto quegli “esseri sbagliati” ci hanno dato. In fondo, nell’intento del nostro lavoro ad urlare il diritto alla differenza per riconoscere a tutti una pari dignità e il diritto all'esistere, ci siamo addentrati nei meandri delle vite di queste persone ripercorrendo, spesso luoghi nascosti. Il loro averci permesso di condividere i giorni e poi gli anni ci hanno fornito gli strumenti perché ci accostassimo senza violarli. Gli abbiamo accolti e ci hanno accolto nelle loro vite, ricollocandoci nel percorso della Storia. Saremo sempre in debito con chi ci ha concesso di essere quello che oggi siamo.

Hai espresso il tutto con molta grazia e ti confesso d’aver provato molta tenerezza per quella collega che varcava quel cancello provando quelle celate emozioni! Grazie

16/11/2019 15:35:38
Guarda il profilo utente di Cris
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R: QUANDO UN RIFIUTO DIVENTA UNO STATO DI GRAZIA _Villa Clara

Rodolfo e Adriana, Vi ringrazio per le bellissime parole; per la magnifica occasione che mi avete offerto; per l'accoglienza che ho ricevuto e l'interesse che ho provato nel visitare il Vostro sito, ricchissimo di stimoli; per l’attenzione nei riguardi della mia testimonianza, in cui davvero la realtà ha superato ogni fantasia. 

P.S. Adriana carissima, uno speciale grande grazie, per aver contribuito, nuovamente, alla mia crescita emotiva e professionale. Le proposte future sono molto interessanti, sarei lieta quindi di prenderne parte.